La platea Communis: il cuore rappresentativo del Castello

L’antica platea Communis. Oggi la piazzetta fa da palcoscenico alla Cattedrale di Santa Maria e all’antico Palazzo di Città

Oggi si tende a considerarla quasi un tutt’uno con lo spiazzo prospiciente il duomo e l’Antico Palazzo di Città, ma fino agli inizi degli anni Venti del Novecento, l’attuale slargo, ribattezzato piazza Palazzo, altro non era che un insolito e modesto trapezio irregolare che, a partire dall’epoca pisana, fungeva appena da palcoscenico a quelle che dovevano essere la prima sede del governatore della Repubblica marinara di Pisa e dell’episcopio, e una teoria di primordiali abitazioni, poste nel lato opposto, abitate da notabili e mercanti che potevano avere un qualche interesse alla vita della città duecentesca.

I pianificatori pisani avevano posizionato il primo municipio del Castrum Càlari accanto alla curia, dalla quale avevano ottenuto la concessione di alcuni terreni lungo il confine settentrionale della residenza vescovile, ed era attorno a questo palazzotto, sede degli uffici giudiziari e di cancelleria, che in origine ruotava la vita pubblica del borgo.

Durante la prima metà del 1300, per ragioni politiche e militari, gli aragonesi ritennero necessario sacrificare il colle di Bonaria per il Castello dei pisani, e in questa occasione decisero di lasciare la sede del potere là dove l’avevano trovata, insediando la loro massima autorità proprio nell’edificio toscano, mentre il palazzo municipale, per volere di Alfonso IV d’Aragona, nel 1331 viene trasferito verso mezzogiorno, andando in questo modo a chiudere l’area sud dello spiazzo rivolto verso l’edificio religioso nel frattempo divenuto casa madre della nuova contrada.

Il passaggio da un modello di società comunale ad un sistema a carattere monarchico, maggiormente strutturato sotto il profilo giuridico e burocratico, aveva implicato l’allestimento di una sede rappresentativa del nuovo potere governativo, ed è per tale ragione, quindi, che la corona barcellonese incamera il vecchio municipio pisano, quale dimora del vicario reale in Sardegna, mentre all’autorità municipale viene riservata una sede più modesta e meno rappresentativa sul fronte meridionale della strada.

Piazza Carlo Alberto: l’antica Plazuela

Adagiata nel cuore dell’antico quartiere, e benché non fu mai una vera e propria piazza ma piuttosto uno slargo prospiciente il primo nucleo di quello che è ormai il duomo di Cagliari, la platea Communis (ovvero, la piazza del nuovo palazzo del Comune) rappresentò invece, e per secoli, il vero baricentro geometrico della vita politica, economica e sociale dell’insediamento urbano dello scosceso colle cagliaritano, nonché il teatro privilegiato dell’anima commerciale e mercantile di un’epoca prospera che andrà ad esaurirsi solo durante la seconda metà dell’Ottocento.

La conformazione originaria della piazza comunale rimane purtroppo di difficile ricostruzione, poiché non facilitata da alcun documento dell’epoca che possa, in qualche modo, rappresentare un indizio di lavori edilizi relativi a grandi impegni pubblici di spese, che sono da presupporsi nel caso di una città destinata a diventare l’avamposto mercantile occidentale più avanzato del potente Comune toscano prima, e della Corona iberica poi.
Alcune suggestioni archeologiche rimanderebbero però il sito a tempi più antichi, poiché, in seguito al rinvenimento di alcune sfingi nel sottosuolo dirimpetto alla cattedrale, l’archeologo Gennaro Pesce ipotizza la presenza di un Iseo nel bel mezzo del Castello. Questa stessa teoria viene successivamente ripresa anche dal professor Ferruccio Barrecca, il quale presuppone, all’interno della stessa acropoli, un’area sacra pertinente ad un tempio dedicato, durante l’Impero romano, ad una divinità che con tutta probabilità doveva corrispondere ad Iside.
Cisterne, cippi funerari e materiali ceramici frammentari, pertinenti forse alla fine della fase punica o all’età romana repubblicana, forniscono sicuramente affascinanti spunti di riflessione senza però lasciarci una vera e propria ricostruzione topografica sicura.

L’antica canna pisana. Si trova poco al di sopra della linea di risega della torre campanaria della cattedrale

L’unico dato certo in nostro possesso rimane l’atto del 1216 della monarca Benedetta marchesa di Massa e giudicessa di Càlari, che decreta l’affiancamento giuridico e politico del borgo pisano, nato come centro satellite della capitale Santa Igia, e riconosce la platea Communis quale piazza rappresentante il cuore pulsante della città nuova, il luogo in cui nei secoli si svilupperà poi anche l’identità di quella regione che ha dato vita al Regno d’Italia.

I successi bellici del 1257, che un anno dopo porteranno alla completa distruzione dell’antica capitale giudicale, sanciscono il repentino sviluppo urbano della roccaforte e del suo santuario principale, poiché già nel 1263, quello che in principio appariva solo come un modesto edificio, compare invece superbamente nella cronaca redatta dall’arcivescovo di Pisa, Federico Visconti, in occasione della visita pastorale condotta nei territori sardi. Il prelato toscano appuntò della visita ad una chiesa “appena rinnovata”, e con tutta probabilità si riferiva all’ampliamento di un tempio (forse pisano) preesistente, poiché non sembra possibile un centro urbano privo di un luogo di culto importante.
Conoscere l’esatta origine del primo tempio rimane però un’impresa velleitaria, in assenza di fonti documentarie, ma in ogni caso si può comunque presumere che l’elevazione al rango di cattedrale sia dovuto al definitivo trasferimento della curia da Santa Igia alla nuova cittadella pisana, e il successivo allestimento di un grande polo religioso, costituito dal santuario, dalla casa vescovile e dall’aula capitolare che affiancava a sud lo stesso duomo.

Cominciava, in questo modo, a delinearsi il cuore rappresentativo del Castello.

L’odierna piazza Palazzo

Nel terzo decennio del 1300 il borgo appariva suddiviso in lunghe e strette schiere di lotti capaci di celare il sistema di orti e giardini privati, con accesso dal retro delle proprietà, che costituivano una primaria fonte di sostentamento anche per la cittadinanza più abbiente. Un sistema di strade parallele e curvilinee seguiva invece il profilo dei  blocchi residenziali, collegando le porte d’accesso alla città, ubicate nei vertici meridionale e settentrionale della rocca.

L’unica anomalia che interrompeva la regolarità del tessuto stradale era il sistema di piazze realizzate attorno alla cattedrale, e i porticati che le caratterizzavano furono certamente un elemento non affatto secondario nelle loro vicende urbanistiche, poiché sugli accessi insistevano, fino ai primi anni del Novecento, anche diverse gallerie coperte.

In origine l’antica Plaçuela (o Plazuela, odierna piazza Carlo Alberto) costituiva un tutt’uno con la platea Communis, e per quanto organizzate su livelli sovrapposti, la loro separazione, tramite un muro ed una gradinata, è da ritenersi una modifica edilizia abbastanza recente.

Fino alla fine dell’Ottocento le due piazze rappresenteranno il centro delle più importanti funzioni urbane, la presenza stabilizzatrice del baricentro storico, e benché non esista prova documentale sull’estensione e sull’effettiva ubicazione del mercato, è verosimile la prossimità alla cattedrale, in corrispondenza dell’attuale piazza Carlo Alberto, mentre l’asse portante corrispondente oggi a via Alberto (Ferrero del)la Marmora, fu il teatro privilegiato per le trattative commerciali, tanto da ereditare l’appellativo di ruga Mercatorum.

Prospetto esterno del Palazzo Arcivescovile

Furono di tutt’altra natura gli spazi riservati invece alla mercatura, i cui banchi di cambio erano ospitati all’interno di logge. Nella roccaforte cagliaritana se ne individuarono due, il primo incastonato nel Palazzo Reale, in aderenza alla curia vescovile, il secondo inglobato nel municipio trecentesco, con accesso dalla ruga Marinariorum, attuale via Niccolò Canelles.

Alla base del campanile della cattedrale, poco sopra lo zoccolo, è inciso l’esempio della misura lineare usata a Pisa durante il medioevo. La pertica (più comunemente conosciuta come “canna pisana”) con i suoi principali sottomultipli (che attraversano alcuni blocchi di calcare), secondo gli studiosi, veniva utilizzata soprattutto per la misurazione delle stoffe. Alla destra della scalinata dello stesso edificio di culto è invece conservato lo staio (o starèllo), un cassone in lastre di pietra ornate dagli stemmi di alcuni antichi castellani del Castel di Castro. Si tratta di un’altra unità di misura volumetrica utilizzata fin dal periodo pisano che serviva, prevalentemente, per quantificare il peso del grano.

La platea Communis estendeva le sue funzioni non solo verso la sottostante Plazuela, ma si insinuava con le sue valenze anche tra i palazzi costruiti a settentrione in prossimità dell’area di San Pancrazio, dando così forma a un unico ambiente urbano che metteva in relazione, seppur con anguste dimensioni, il palazzo del Comune, il duomo intitolato a Santa Maria, l’episcopio e il Palazzo Reale, mediando per lungo tempo, a partire dall’epoca della dominazione pisana, funzioni essenziali per la vita stessa della città.

Lo starèllo

L’immagine della cattedrale accompagnò, con il suo mutare, la storia delle piazze antistanti, un tempo in senso avanguardistico, da ultimo in chiave revivalistica, quindi dall’eclettica immagine gotica, alle eleganti linee rococò, disegnate, nel 1702, dall’intelvese Pietro Angelo Fossati, e successivamente sacrificate, nel primo decennio del ‘900, a favore di una filologica costruzione neoromanica pisano-lucchese.

Tra il 1784 e il 1786, sotto le direttive dell’ingegnere sabaudo Giacinto Marciotti, fu concepito anche l’ampliamento dell’Antico Palazzo di Città, che ancora insiste sul lato meridionale della piazza prospiciente il duomo. Il Marciotti fu anche l’autore della graziosa veste rococò impreziosita dallo stilizzato ordine ionico delle aperture.

Posto al fianco destro della cattedrale si erge invece il palazzo Arcivescovile. Risalente alla fine del XIII secolo, venne realizzato dai pisani dopo la distruzione della città giudicale di Santa Igia e la conseguente imposizione del trasferimento dell’arcivescovado e dei canonici nella rocca del Castello. Il palazzo, semplice ma non privo di una sobria eleganza, è dotato di un ampio e luminoso scalone che porta ai piani superiori; le stanze si presentano con soffitti ad arco acuto, ed è degna di nota la sala delle riunioni, famosa per le decorazioni e i numerosi dipinti. Gli spagnoli  lo ampliarono nel corso della loro permanenza nell’edificio, ed è giunto a noi con quelle architetture.
La facciata esterna è stata invece completamente rimaneggiata durante il ventennio fascista. Prima di allora era infatti caratterizzata da sette aperture con balconi in ferro battuto su ciascuno dei due piani superiori. Il primo piano era invece inquadrato dal portale principale con arco a tutto sesto, in posizione leggermente decentrata rispetto all’asse di simmetria del prospetto, e affiancato da una finestra per ogni lato.
Al di sotto dell’ultimo balcone a destra si apriva un cancello su un arco a tutto sesto che immetteva in un portico che raccordava l’Episcopio con il campanile della Cattedrale e che dava l’accesso ad un cortiletto su cui si apre tuttora il portale del braccio settentrionale del transetto della primiziale. Con i restauri intrapresi negli anni ’30, l’aspetto esterno dell’Episcopio venne modificato con il pareggiamento delle altezze dei balconi, l’eliminazione dei poggioli in ferro battuto, la trasformazione dei balconi in semplici aperture finestrate, e l’eliminazione del portico. Il portale venne allineato all’asse di simmetria e fu trasformato da un portale con arco a tutto sesto in un’apertura squadrata. Nello stesso anno venne collocato anche il grande stemma arcivescovile sopra i due balconi centrali del prospetto, i quali vennero unificati con l’aggiunta di una sobria ringhiera in ferro battuto poggiante su altrettanto sobrie mensoline metalliche.

Differente destino incontrò il Palazzo Reale, le cui vicende non consentirono mai di raggiungere un’adeguata dimensione funzionale e rappresentativa prima del XVIII secolo. L’elegante scalone e la sinuosa volta planteriana del vestibolo tentarono di infondere un’auspicata aurea di monumentalità, ma l’edificio non riuscì comunque a divenire una sede suntuosa, benché simbolo dignitoso della monarchia, e la sua conservazione ed efficienza viene perpetuata nel tempo solo in funzione dell’immagine di un potere lontano che doveva giustificare la propria presenza, senza riuscire però a dar luogo a forme integrate di sviluppo locale, culturale ed economico alla città. La stessa immagine esterna della sede governativa è datata 1769, e a disegnarla fu l’ingegnere piemontese Antonio Saverio di Famolasco.

L’odierna piazza Palazzo

Difficoltà riflesse si sono riscontrate anche nella stessa piazza Palazzo, che ha continuato ad esistere per secoli come un rachitico spazio di manovra per le carrozze che avevano accesso all’importante residenza.

Le prime case duecentesche, alte, a schiera, e con ballatoi lignei a vista, realizzate frontalmente al Palazzo Reale, vennero invece rifuse nel tempo e trasformate in palazzotti dall’aspetto urbano ben qualificante, in modo da ospitare gli elementi della borghesia e della nobiltà, sia locale che giunta a seguito della corte dei viceré. Le eleganti dimore patrizie, sospinte anche dall’emergente ceto borghese, funsero quindi da cornice alle architetture istituzionali e curiali, arricchendo l’immagine dell’antico salotto cittadino con dignitose velleità estetiche.

Nei circa seicento anni di dominazione pisana, catalano aragonese, spagnola e infine piemontese, il cuore dell’antico borgo della città fortificata svolse la funzione di  un vero e proprio polo istituzionale, distribuito tra l’Antico Palazzo di Città e la sede della tesoreria generale, impiantata all’interno di un edificio realizzato alla fine del XVII secolo dal Barone di Sorso, il cui fronte principale verrà riconfigurato nel 1925 in maniera similare al Palazzo Reale. Purtroppo l’immobile verrà lesionato dalle bombe del 1943, e nonostante i danni vengano riparati appena tre anni più tardi, il Palazzo Manca di San Placido continuerà a manifestare un quadro di lesioni generalizzato che suggeriranno di provvedere alla sua totale demolizione che avverrà nel 1972.
Il vuoto lasciato dall’edificio non è mai stato colmato, ma venne trasformato in una terrazza recentemente intitolata a Mercede Mundula, da cui oggi si può ammirare un bel panorama sulla città.

Di fronte alla dimora reale, i palazzi Dettori, Machin e Ripoll (in posizione d’angolo), vennero fusi insieme nel 1796, e dopo aver preso il titolo di Palazzo d’Olives, ospitarono gli uffici delle Regie Poste; il palazzo di don Giovanni Maria Solinas y Manca dei marchesi di Sedilo e della Planargia, sullo stesso finire del secolo diventò invece sede dell’Intendenza di Finanza.

L’antico palazzo dei marchesi di Sedilo, che con la sua mole occupava una superficie di circa 1000 mq, nel 1903 risultava già in precarie condizioni statiche, tanto da dover essere puntellato. Nel 1911, in un susseguirsi di interrogazioni, visite di ispettori ministeriali, attacchi sulla stampa  e bozze d’accordo, il Comune e il Ministero delle Finanze stipularono un contratto di permuta, e una volta ultimate le operazioni di sgombero degli uffici che vigilavano sulle pubbliche entrate, nel 1912 fu consegnato al municipio cagliaritano per la successiva demolizione.

Prospetto del Palazzo Reale visto da via Canelles

La perdita del ruolo di piazzaforte militare, avvenuta durante la seconda metà dell’Ottocento, farà esplodere la voglia di libertà che andrà a manifestarsi nella ricerca di spazi alternativi su cui fondare lo sviluppo economico della comunità e la crescita dell’insediamento, e l’abbandono della città vecchia rappresenterà, piuttosto che un preciso disegno urbanistico, l’esito di una volontà corale di cambiamento.

Ma mentre gli interessi vengono tutti rivolti alla “città nuova”, bisognerà attendere l’inizio del Novecento per ritrovare un solo atto che manifesti una determinazione precisa rivolta a modificare l’assetto dei luoghi dell’antico borgo fortificato del Castello.
La ricomposizione dello spazio, più che per un disegno consapevole, avverrà quindi solo per la vetustà di edifici, non più in grado di contrastare l’inesorabile trascorrere del tempo, e per l’ingiuria degli eventi bellici che, seppur ormai lontani nella memoria  degli uomini, su alcune costruzioni mostrano ancora il segno delle ferite aperte nel 1943.

Durante il Novecento l’area liberata dall’ingombrante palazzo del Marchese di Sedilo e della Planargia fu delimitata da un primo muro di sostegno che si innalzava dalla via sottostante. La balaustra, realizzata con una ringhiera con pilastrini, inizierà a configurare il primo nucleo dei quella che una cinquantina di anni più tardi diventerà l’odierna piazza Palazzo.
La demolizione degli edifici lesionati duranti i bombardamenti aerei nel febbraio del 1943 contribuiranno invece ad aprire completamente lo slargo e a realizzare un nuovo ambiente urbano, arioso, soleggiato e in lieve pendenza. Il piazzale sarà dotato di una bella pavimentazione lastricata in granito e trachite rossa, e completato dall’elegante parapetto interrotto solo da una scala di collegamento che tutt’oggi si affaccia nella sottostante via Canelles.

Il Palazzo Arcivescovile, la Cattedrale di Santa Maria e l’antico Palazzo di Città visti da via Canelles

Anche la cattedrale e l’Antico Palazzo di Città avranno una loro piazzetta, delimitata da una muraglia ornata da piccoli leoni in pietra, forse appartenenti alle strutture più antiche della chiesa e salvate dallo scempio dei secoli, e corredata da una breve scalinata che si affaccia su piazza Carlo Alberto.

Le cronache più recenti ci raccontano però che l’area è stata anche edificata sopra gallerie e ipogei suscettibili di crolli e smottamenti, e che non sempre colmare gli spazi sotterranei con terra e detriti significhi rendere sicura una strada o una piazza, poiché la superficie su cui oggi passeggiamo è stata realizzata con la pietra levata al sottosuolo, creando tanti buchi, tanti vuoti e tante cavità sotterranee che ogni tanto, sbuffando, ci ricordano della loro esistenza.