Cagliari e il periodo Sabaudo

Stemma di casa Savoia e Vittorie Alate impressi su carrozza reale

Nel 1708, in piena Guerra di Successione spagnola, una spedizione anglo-olandese inviata da Carlo d’Austria  pone sotto assedio Cagliari, mettendo fine, dopo quasi quattro secoli, la dominazione iberica in Sardegna. Con il trattato di Utrecht del 1713, l’isola sarda viene destinata all’Austria, mentre al duca di Savoia, Vittorio Amedeo II, viene assegnata la Sicilia.

Durante il 1718, in una mutata situazione internazionale, Vittorio Amedeo II viene di nuovo costretto a non scegliere e a cedere la Sicilia all’Austria, ottenendo come controparte la Sardegna, meno ricca e popolata, e rioccupata per di più dalla Spagna a seguito della spedizione promossa dal primo ministro e cardinale Giulio Alberoni.

La dinastia dei Savoia, pur essendo antichissima, nella sua storia non era mai riuscita a guadagnarsi nessun titolo regio, per cui, anche se disprezzato, il Regno di Sardegna costituiva comunque la realizzazione di un sogno, l’istituzione sovrana che la poneva fra le grandi casate d’Europa.

Nel ricevere l’isola, nel 1720, Vittorio Amedeo II si impegnò anche per i suoi reali successori a rispettare il trattato di Londra del 1718, e quindi a mantenere le leggi, i privilegi e le consuetudini del Regnum Sardiniae senza innovare nulla. Cosa che non impedì però, sia pure in un arco di tempo abbastanza ampio, di introdurre diverse riforme, compatibilmente con gli scarsi mezzi a disposizione e con l’esigenza di non creare attriti con la classe dirigente, col clero, e con la stessa popolazione, ormai in gran parte spagnolizzata.
Nelle istruzioni impartite al primo viceré piemontese, Filippo Guglielmo Pallavicino delle Frabose, barone di Saint Rémy, si raccomandava tra l’altro di non imporre ai sardi nemmeno l’uso della lingua italiana, che pochi conoscevano, tanto che, per parecchi decenni ancora, le lingue più usate furono il sardo e lo spagnolo; ai militari e ai funzionari piemontesi, invece, veniva imposto di parlare e scrivere in francese.

Vittorio Amedeo II abdicò nel 1730 in favore del figlio Carlo Emanuele III, il quale si ritrovò in mano un’isola straziata dalla crisi e dall’imperversare del banditismo. Il compito di stroncare la delinquenza fu affidato, nel 1735, al viceré Carlo Amedeo Giovan Battista San Martino d’Agliè, marchese di Rivarolo, il quale, senza andare a studiare troppo le origini del fenomeno, girò in lungo e in largo per l’isola portando con sé la forca. Spietato nelle esecuzioni e impassibile nelle torture, la sua strategia era quella di impiccare i malviventi quando ce ne fosse la prova e, in assenza di conferme certe, impiccandoli lo stesso.
Il vice sovrano mandò in prigione circa 3000 persone e oltre 400 vennero giustiziate.
Ordinò poi che anche tutte le barbe più lunghe di un mese venissero tagliate, non solo perché occultavano i connotati, ma soprattutto perché di solito erano portate dai banditi. Pena: ancora il carcere.
Altre migliaia di delinquenti vennero invece arruolati nelle forze armate e obbligati a prestare servizio in Piemonte.

Il gesuita padre Giovanni Battista Vassallo acquisiva intanto notevoli benemerenze nell’educazione dei giovani, nell’insegnamento dell’italiano, e come fondatore, a Cagliari, del Conservatorio delle figlie della Provvidenza.

Nel complesso, nei primi trent’anni di dominazione sabauda, pur non essendo stata sostanzialmente alterata la struttura statuale dell’isola, si realizzarono sensibili progressi rendendo l’amministrazione più ordinata ed efficiente.
Rimase invece inalterato il sistema feudale, che gravava in maniera insopportabile sulle popolazioni rurali.
L’attività riformatrice si fece più vivace e particolare nel 1759, quando la Segreteria di Stato torinese per gli affari dell’isola venne affidata al conte Giovanni Battista Lorenzo Bogino, che aveva dato buona prova di sé nella modernizzazione della struttura amministrativa in Piemonte.

Tra le prime iniziative del Bogino, secondo il quale in Sardegna era maggiore la somma del bene sperabile che del male esistente, ci fu un tentativo, non pienamente riuscito, di migliorare le condizioni dell’insegnamento elementare e medio, affidandolo ai parroci e a religiosi appartenenti agli ordini degli Scolopi e dei Gesuiti. Migliori risultati si ottennero nel campo dell’istruzione superiore, dopo l’avviamento, a Cagliari, di una cattedra di chirurgia, tenuta dal piemontese Michele Plazza.
Più importante invece la rifondazione delle Università di Cagliari e Sassari, nel 1764 e nel 1765, dotate ciascuna di quattro facoltà, portate poco dopo a cinque (Teologia, Legge, Medicina, Filosofia e Chirurgia). Ciascun indirizzo di studi comprendeva diverse discipline, affidate a professori per lo più religiosi, fatti in parte venire appositamente dal Piemonte. Il Bogino dispose anche l’invio di parecchi libri, la costruzione di un apposito edificio che potesse ospitare l’Università cagliaritana, la fondazione della Reale Stamperia, e l’istituzione, sempre a Cagliari, dell’Archivio di Stato.

Particolare importanza ebbe in campo economico la riorganizzazione dei Monti frumentari (o granitici, in funzione dal XV al XVII secolo) che si proponevano di combattere l’usura che imperversava nelle campagne. L’ente aveva lo scopo di concedere ai contadini, ad un modesto interesse da pagarsi in natura al momento del raccolto, il grano necessario per la semina, in modo da sottrarli agli usurai e da incoraggiare l’agricoltura.
Col nuovo ordinamento del 1767 si stabiliva invece che ogni Monte dovesse avere una dotazione di grano prestabilita, e a questo fine, sui terreni baronali potevano essere effettuate le roadie, cioè, prestazioni di lavoro non retribuite, da svolgersi, col permesso della chiesa, nei gironi festivi, in maniera che i contadini potessero restituire il debito senza doversi sottrare dal lavoro settimanale nei propri campi.

La vigilanza sulla regolarità delle operazioni di prestito e di restituzione del grano era effettuata da giunte locali, composte da sacerdoti e da laici, e vigilate da giunte diocesane che facevano capo ad un organo collegiale centrale, presieduto dal viceré, e composto da autorità di primissimo piano, quali il reggente la Reale Cancelleria, l’intendente generale e le prime voci dei tre Stamenti. I Monti in seguito ebbero anche una dotazione in denaro, da prestare ai contadini che intendevano acquistare strumenti o animali da lavoro.

Nel periodo boginiano si ebbe un certo miglioramento anche dell’organizzazione e del funzionamento della giustizia regia; in deplorevoli condizioni invece, e come sempre, la giustizia baronale, amministrata da giudici molto spesso ignoranti o corrotti.

Sotto Carlo Emanuele III, il 19 settembre 1772, venne attivato anche il primo Servizio Postale.

Con Vittorio Amedeo III (1773) l’attività riformatrice si fece meno dinamica, probabilmente anche perché il nuovo sovrano licenziò il Bogino appena salito al trono, e piuttosto che ad altre innovazioni, si pensò a consolidare gli istituti creati nel periodo precedente, benché non avessero inciso in profondità nella vita sociale delle città e delle campagne, fatta eccezione per i Monti di soccorso.
Scarsi risultati pratici avevano avuto anche i ripetuti tentativi di incrementare le coltivazioni dei foraggi, degli olivi, dei gelsi, del cotone, delle patate e delle altre piante, nonché gli esperimenti intesi a migliorare le razze del bestiame. L’economia dell’isola continuava pertanto a basarsi quasi esclusivamente sulla cerealicoltura e sull’allevamento brado del bestiame, senza fare progressi.

Nelle campagne era sempre vivo il malcontento contro i feudatari e i loro agenti, sia perché esigevano tributi non previsti negli atti di infeudazione, sia per la pessima amministrazione della giustizia. Non erano perciò rare le manifestazioni di insofferenza, che andarono moltiplicandosi negli ultimi decenni del secolo, e culminando con la cacciata dei piemontesi, condotti all’imbarco e obbligati a lasciare la Sardegna il 28 aprile 1794.

La morte di Vittorio Amedeo III, avvenuta il 14 ottobre del 1796, portò al trono sardo l’ascetico e religioso figlio quarantacinquenne Carlo Emanuele IV, sposato da ventun anni con Maria Clotilde dei Borboni francesi.
Nel 1798, dopo l’occupazione francese del Piemonte, la famiglia reale fu costretta a cedere tutti gli Stati posseduti fino ad allora nella penisola italiana, ad eccezione della Sardegna, e a lasciare Torino.

Rifugiatisi prima a Parma e poi a Firenze, nel marzo del 1799 giunsero a Cagliari bene accolti dalla popolazione. Al contrario, invece, il sovrano non si occuperà mai di migliorare veramente né l’aspetto cittadino e neppure i luoghi di rappresentanza, e il suo unico obiettivo sarà sempre quello di racimolare il denaro dei donativi con l’unico scopo di trasportarlo il prima possibile a Torino.

La Sardegna era ancora un’isola fortemente arretrata sia a livello economico che politico, e incapace di autodifendersi da eventuali incursioni ostili. Il lavoro degli ultimi viceré era stato di un’insufficienza disarmante, tanto che il re sabaudo dovette annunciare numerose riforme per l’isola aprendo anche i porti alla flotta inglese.

Carlo Emanuele IV, che si contraddistinse anche per la sua malattia (era preda di frequenti attacchi epilettici e di crisi nervose che diventavano ogni giorni più gravi), ordinò come primo suo atto di governo la concessione di un’ampia amnistia, che comprendeva anche i delitti politici, e dispose l’assegnazione ai prìncipi reali delle cariche più importanti. Durante il suo governo venne nominata una commissione incaricata di indagare sugli abusi feudali, ma anche disposto che nel frattempo i tributi venissero comunque pagati seguendo le vecchie normative. In concreto, quindi, nulla venne fatto per i sardi.

Intanto, mentre il contingente militare russo-austriaco si impegnava a liberare la città di Torino dall’oppressione, la protesta lanciata contro la privatizzazione degli Stati di Terraferma, appartenuti  ai Savoia prima dell’allontanamento dal Piemonte, aveva dato i suoi frutti, e così, dopo un soggiorno di dieci mesi, Carlo Emanuele IV decide di lasciare l’isola, nel frattempo divenuta ancora più povera, per ritornare in patria.

Allo sbarco nel porto di Livorno, però, lo accolsero più problemi di prima, e come se non bastasse, nel 1802 una forte febbre tifoidea gli portò via anche la sua amata Maria Clotilde. Una tragedia che lo stravolse profondamente e che in quello stesso anno lo convinse ad abdicare in favore di suo fratello Vittorio Emanuele I, il quale, tuttavia, non prende possesso dei domini in Sardegna ma preferisce affidarli a Carlo Felice, in qualità di viceré.

Carlo Felice di Savoia è stato, forse, uno dei peggiori, più sanguinari e pigri viceré di Sardegna, ma nonostante il quadro politico e sociale molto precario che lo accolse, tentò comunque di apportare alcune piccole migliorie allo sviluppo agricolo ed economico dell’isola.
Le iniziative del sovrano provarono a concretizzarsi con i progetti che favorivano la coltivazione degli ulivi, con l’istituzione di una Società Agraria ed Economica, e con la realizzazione di un ufficio per l’amministrazione delle miniere, dei boschi e delle selve. Incoraggiò attività manifatturiere creando sblocchi ai prodotti agricoli, al bestiame, e alla produzione del sale. Sovvenzionò gli studenti poveri dotandoli di borse di perfezionamento, creò una scuola popolare di disegno e di architettura, e progettò un orto botanico presso due università sarde.

Nonostante gli sforzi, però, Carlo Felice rimane comunque un personaggio mediocre, accreditato più che altro per una notevole passione per il genere femminile che per la sua capacità politica. Ottuso e reazionario, il fatto che abbia promosso la realizzazione dell’arteria stradale, che seguiva le tracce di un’antica strada romana, e a cui ha attribuito il suo nome, non ne fa solo per questo un benefattore dell’isola. L’abrogazione, poi, della Carta de Logu arborense come legge generale del regno, a favore del nuovo Codice legislativo del 1827, non ne fa invece un sovrano illuminato.

Le rivolte antifeudali e gli abusi anche sotto il suo governo infatti non cessarono, e i problemi del popolo sardo restavano critici e difficili. I pesi maggiori continuavano a gravare sulle categorie legate alla terra, la quale sembrava essersi fatta più avara a causa degli arretrati sistemi di sfruttamento, dalla mancanza di capitali, della diminuita esportazione dei prodotti, che decretarono per questo anche il fallimento dei piani del sovrano.

L’episodio più increscioso avvenuto durante questi anni fu certamente la cospirazione ai danni del re Vittorio Emanuele I, orchestrata in una cascina nella zona di Palabanda, che si proponeva di attuare una nuova cacciata dei piemontesi. Di questo impulso rivoluzionario, vittima di Carlo Felice fu anche Vincenzo Sulis, il tribuno che aveva seguito gli agitatori nel loro progetto di insurrezione. Sfuggito ad un primo tentativo di processo, venne in seguito arrestato con l’accusa di aver ordito la congiura e condannato a una lunga detenzione.

Già reggente per l’abdicazione di Carlo Emanuele I, nel 1831, dopo la parentesi al trono di Carlo Felice (1821-1831), venne incoronato re di Sardegna Carlo Alberto di Savoia-Carignano.
Il nuovo sovrano intraprese notevoli riforme, dall’iniziale riscatto dei feudi, sia pure a spese dei sardi (poiché nella suddivisione dei terreni comunali i provvedimenti non valsero a mutare neppure sensibilmente la situazione dell’isola, dove al fiscalismo dei feudatari si sostituì quello dello stato, talvolta non meno vessatorio), all’istituzione dei  Cavalleggeri di Sardegna  (o per meglio dire, i Carabinieri Reali). Per mantenere l’ordine pubblico sopravvissero invece le Compagnie miliziane, a cui era affidato il servizio di ronda nelle strade, mentre ai barracelli veniva raccomandato il servizio di guardia nelle campagne.

Durante la primavera del 1838, poi, la sua riforma più importante e aspettata fin dall’inizio della sua reggenza: l’abolizione del feudalesimo, introdotta nell’isola dai catalano-aragonesi nel 1324. Dieci anni più tardi, invece, sotto il suo governo si assisté all’introduzione dello Statuto Albertino, la prima carta costituzionale dell’Italia unita, che restò in vigore (almeno formalmente) lungo l’intera esistenza del regno d’Italia.

In Sardegna, intanto, andava facendosi sempre più pesante il regime assoluto stabilito in deroga alle leggi, ai privilegi e alle consuetudini del secolare Regnum Sardiniae, e per questo motivo fu accolta con molto interesse, certo non disgiunto da qualche preoccupazione, la notizia delle riforme concesse oltremare da diversi prìncipi italiani ai loro Stati nel 1847.

Ciò che si temeva era che la Sardegna, costituendo uno Stato a sé, potesse non godere delle riforme che Carlo Alberto aveva ed avrebbe concesso agli Stati di Terraferma.

La speranza dei sardi era quella che all’interno della lega doganale italiana fosse favorita la libertà commerciale, sia nelle importazioni che nelle esportazioni. Si confidava anche in una maggiore libertà di stampa, nella limitazione del potere ecclesiastico e di polizia.

Allo scopo di unificare i propri destini a quelli del Piemonte, della Savoia e della Liguria, si pensò quindi di nominare una commissione cagliaritana, senza alcuna delega, né rappresentativa stamentaria, e né tanto meno popolare. Gli incaricati arrivarono a Genova il 26 novembre, e la mattina del 29 vennero ricevuti a Torino da Carlo Alberto che, in risposta alla supplica letta da monsignor Emanuele Marongiu Nurra, assicurò la “perfetta fusione” della Sardegna con i Regi Stati di Terraferma. Nel pomeriggio dello stesso giorno venne predisposta anche la Carta reale, pubblicata l’indomani, con la quale i sardi si garantivano l’ambita fusione.

Al loro rientro nell’isola si ritrovarono però di fronte ad un’altra realtà: aggravamento fiscale e maggiore oppressione, tanto che lo stato d’assedio divenne sistema di governo.

Con la fusione si pensava di volare. Le cose andarono invece diversamente, ma a partire da quella data, il 29 novembre 1847, verrà costituito il primo nucleo dello Stato nazionale unitario, che il 17 marzo 1861 avrebbe mutato anche il nome di Regno di Sardegna in quello di Regno d’Italia, e Vittorio Emanuele II sarebbe stato l’ultimo re di Sardegna e il primo re d’Italia.