Palazzi, fantasmi e storie d’altri tempi

Palazzo Cao di San Marco – via Genovesi. Di impianto settecentesco (1760), fu riprogettato nel 1858.

Per diversi secoli il ceto nobiliare della Sardegna ha svolto un ruolo importante in campo politico e sociale, e questo simbolo di prestigio è ancora oggi testimoniato da palazzi e ville costruite in epoche diverse. Abitazioni che non si distinguono per sfarzo e lussi, ma spesso solo per il portale sormontato da uno stemma, scaloni in marmo, eleganti finestre, elaborati balconi in ferro battuto, fregi o festoni che ne adornano i prospetti. Questo perché date le modeste condizioni economiche dell’isola, anche la nobiltà non godeva di grandi ricchezze.

Al momento della costruzione della rocca i pisani portarono nel Castellum Castri gli stessi schemi che seguivano in madrepatria all’inizio del Milleduecento, e per tali motivi, le prime case a Càlari erano domus di mercanti e artigiani, ispirati nelle loro scelte edilizie dall’efficienza più che dalla funzione simbolica. Una situazione certamente differente rispetto all’epoca aragonese, dove il lusso lo si voleva invece ostentare.

Le strutture residenziali del periodo tra il XIII e il XIV secolo erano connotate da uno sviluppo in orizzontale sul suolo pubblico, e da un ampliamento verticale su due o tre livelli, quindi da un piano terra in muratura con dei portici sui quali si aprivano le botteghe di commercianti e artieri, e da uno o due piani superiori (con ballatoi in legno) dove gli stessi abitavano.
Quest’ultima dilatazione ha consentito, forse, di assegnare ad ogni piano una differente destinazione d’uso per coloro che erano abitanti ma anche uomini d’affari e artigiani, i quali avevano necessità di locali da utilizzare per svolgere la propria professione.
Nei secoli questi edifici furono in gran parte distrutti dagli incendi, oppure sostituiti da altri di matrice ispanica, ma tuttavia la struttura urbanistica di Castello ricalca ancora oggi quella del periodo pisano.

Con l’insediamento degli abitanti iberici e la fondazione dei borghi di Bagnaria, Stampace e Nova Villa, la diversa composizione sociale tra le realtà urbane diventa ancora più accentuata. Nel Castellum risiedevano le principali dinastie feudali, mentre gli altri quartieri erano caratterizzati da famiglie con vocazione prettamente artigianale o agricola. Non mancavano tuttavia le eccezioni, poiché diverse casate nobiliari possedevano immobili anche nei sottostanti borghi, che avevano però una funzione puramente reddituale in quanto destinate all’affitto degli alloggi.

Palazzo Atzeni Tedesco (di probabile impianto medievale) – via Canelles

Il borgo del Castello aveva un impianto architettonico importante, che non aveva niente a che vedere con le case a schiera, basse e ammassate le une alle altre, degli altri quartieri della città. Il pregio delle dimore gentilizie era inoltre accentuato dalla vicinanza alle sedi istituzionali o religiose: sui lotti intorno alla plasuela (oggi piazza Carlo Alberto), per esempio, sorgevano i palazzi più in vista dell’aristocrazia cittadina, e non meraviglia quindi, la presenza, in prossimità dell’area, di alcune importanti residenze come i palazzi Manca-Zapata, Vivaldi Pasqua e Pes di Villamarina, famiglie titolari dei feudi più ricchi della regione.

Il ceto nobiliare iberico realizzò abitazioni adeguate al rango del casato, senza però investire patrimoni rilevanti nella costruzione di sontuosi casamenti. Oggi non sono noti palazzi signorili risalenti al XIV secolo o ai primi decenni del XV, poiché, oltre alla carenza di manufatti e di fonti archivistiche, è necessario considerare anche la deperibilità del legname, principale materiale da costruzione.
Gli edifici privati anche in quest’epoca erano comunque caratterizzati da un primo livello di murature lapidee mentre i piani superiori erano ancora costituiti da travature e carpenterie lignee, facilmente deperibili e soggette al rischio di incendi. Le uniche opere costruite interamente con pietra da taglio erano le chiese e i palazzi civici, finanziati con ingenti somme e realizzate da maestranze altamente qualificate.

Con l’inizio del 1500 iniziarono ad emergere alcuni gruppi familiari di nuovi nobili, i quali, con l’accrescere dei loro titoli nobiliari, manifestarono esteriormente le loro posizioni di rilievo tramite l’intensa attività edilizia, che andrà via via a svilupparsi e a modificarsi nel corso dei secoli, e dove alcuni palazzi sono poi stati ceduti e ristrutturati, mentre altri mostrano ancora i segni del tempo.

Nell’antico borgo del Castello ci sono ancora dei bellissimi palazzi ottocenteschi, talvolta bisognosi di restauri, ma sempre compressi nell’angusta prospettiva di una strada troppo stretta perché pregevoli ed eleganti architetture possano avere il respiro che meritano. Ma lo abbiamo imparato da tempo che Cagliari è stata per secoli una città militare fasciata da mura e con pochi spazi da destinare a piazze e giardini.
Soffocate o meno, le architetture che ci è dato vedere oggi risentono spesso della mano di Gaetano Cima, un architetto cagliaritano vissuto nel secolo diciannovesimo, ed innamorato delle linee armoniche ed eleganti del neoclassico.

Palazzo Atzeni Tedesco: ambiente che dava accesso ai sotterranei, oggi murati

Non mancano, tuttavia, elementi costruttivi e decorativi risalenti almeno al XVII secolo che sono individuabili in alcuni androni d’ingresso, nelle rampe delle scale, in lacerti murari o frammenti di cornici affiancate o in parte sostituite da strutture più recenti. Esiste poi la presenza di cartigli e iscrizioni marmoree, accompagnate da rilievi scultorei, in prossimità di scale monumentali, fontane e porte fortificate.

I resti sopravvissuti degli edifici residenziali del periodo medievale sono, per la maggiore, inclusi in costruzioni di epoca moderna e contemporanea, per cui non è semplice distinguere negli elevati le tecnologie e i materiali originali da quelli successivi.

Nel quartiere vi sono però alcune architetture private datate fine XVIII secolo, dove sono ancora leggibili i caratteri formali ed iconografici del linguaggio tardobarocco piemontese. Alcuni palazzi esprimono la loro matrice linguistica attraverso i canoni estetici dei prospetti, mentre in altri casi è invece necessario analizzare i particolari interni. I bombardamenti aerei del 1943 hanno cancellato l’immagine primitiva di diversi palazzi gentilizi, risparmiando, talvolta, solo la componente strutturale e, nei casi più fortunati, parte delle decorazioni degli scaloni o delle sale private.
Già nella seconda metà dell’Ottocento furono comunque apportati significativi cambiamenti alla scena urbana di Castello. I nuovi allineamenti stradali, disegnati da Gaetano Cima, determinarono per esempio l’arretramento di antichi edifici ed il conseguente ridisegno dei fronti d’affaccio. E fu lo stesso progettista cagliaritano a partecipare poi anche alla ridefinizione estetica delle dimore signorili, adottando un linguaggio accademico, vagamente ispirato alla corrente neoclassica.
La concentrazione dei palazzi nobiliari intorno alla cattedrale e all’antica plasuela indusse anche i residenti delle contrade limitrofe ad intraprendere analoghe iniziative, e le nuove suddivisioni, talvolta perfino in cinque livelli, lasciano supporre la sopraelevazione di almeno un piano oltre le primitive strutture, con la verosimile riorganizzazione dei locali interni.

In via La Marmora, al numero 128, un occhio attento può notare due targhe. Una riporta: “Istituto nazionale di geofisica, osservatorio astronomico di Sardegna, stazione sismica”, mentre l’altra: “Gruppo Speleologico Pio XI”, a suo tempo dedicata al Papa sovrano del nuovo stato della città del Vaticano.
Le pose il gesuita padre Antonio Furreddu, che fu scienziato, esploratore e padre della speleologia sarda, e che fondò il sodalizio agli inizi degli anni Cinquanta del Novecento.
Nei sottani di questo palazzo, che custodisce ancora antichi camminamenti spagnoli, troneggia un sismografo, vecchio signore del fu Centro Sismico Sardo, e poi vecchi cimeli che rimandano a una speleologia pionieristica, con primitive scale, vecchie e logore funi, minerali di ogni tipo, insetti vari e geotritoni in provetta, ossa di prolago sardo. Foto sbiadite di grotte e giovani ormai settantenni, dove la foca monaca nella grotta del fico, ultima testimone di una Sardegna meno turistica, domina su tutte.  Libri di chimica e fisica da collezione, trattati di vario genere, strumenti e apparecchiature stranissime, e una grande quantità di libri e riviste, tra cui “Speleologia Sarda” creata dl padre fondatore del gruppo.
Ora questa sede è diventata un museo, e non risuona più del tintinnio metallico di scale, moschettoni, maniglie, ma riecheggia di suoni di parole in un cenacolo culturale, accogliente, con la porta sempre aperta a tutti coloro “speleologi e no” che vogliono condividere i valori che padre Furreddu seppe infondere in quanti hanno avuto la fortuna di conoscerlo e amarlo.

Particolari palazzo via Canelles, 72

A poca distanza dal Portico La Marmora sorge invece uno tra i più interessanti e misteriosi palazzi del quartiere Castello, abitato ancora dalla vecchia proprietaria che lo ebbe in eredità, giovanissima, da un vecchio zio alcuni decenni dopo il 1900.
All’interno della casa si avverte la presenza di qualcosa fuori dal normale e ci si sente osservati nel ripercorrere i corridoi e transitare nelle stanze, suggestione accentuata forse dalla vastità e dal tipo di arredamento che contraddistingue la casa, permeata di ricordi, foto antiche di progenitori, armadi e librerie ormai antiquate.
La gentile signora che ci ospita ci racconta che fino al primo episodio verificatosi le sensazioni di disagio erano tante, ma che non si accorse mai di niente fino alla vicenda legata a un libro appartenuto allo zio defunto, e a lui particolarmente caro. Il libro, abitualmente custodito all’interno di una vasta libreria dalla morte del parente, venne spostato più volte dalla signora con l’intento di leggerne alcune pagine, operazione che si rese però impossibile, poiché il libro, durante la notte, ritornava nella stessa libreria da cui era stato prelevato.
Il romanzo sembrava conservare davvero uno straordinario attaccamento al defunto, vecchio proprietario, tanto che una notte lo zio apparve in sogno alla nipote con un sorriso beffardo, e che con brevi movimenti delle labbra sembrava volesse quasi sottolineare il suo diritto alla proprietà del libro.
Un testo privo di apparente significato fino a quando la donna riuscì a scoprire da alcuni familiari che “l’uomo che ride”, di Victor Hugo, era stato trovato aperto vicino al capezzale dell’anziano zio, morto durante la notte per cause naturali in quella stessa casa.
L’anziano castellano la notte della sua morte aveva, nella rigidità cadaverica, serrato le mani sul libro, quasi a voler sancire il desiderio di terminare il racconto..

La caratteristica peculiare di Palazzo Palomba Garzia, detto “delle cinque teste” (via La Marmora civico 31) è la presenza, sopra la lunetta del portale, di cinque incisioni in rilievo di imperatori romani della dinastia Giulio Claudia. Fu il Conte Giovanni Battista Viale a volerne la sua collocazione, dopo averle rinvenute sotto la terra del proprio orto che si trovava dove ora sorge il quartiere San Benedetto.

Stemma famiglia Borro Zatrillas di Sietefuentes e Villaclara

In via Canelles, se si fa un po’ di attenzione, cade subito agli occhi il fatto che gli edifici aristocratici che si incontrano non sono arricchiti da nessuna decorazione significativa. Oggi ciò potrebbe lasciare perplessi se si considera che i palazzi costituivano un simbolo esteriore della potenza raggiunta da una famiglia, e se si rimane attoniti ad osservare la loro posizione situata di fronte alla piazza più importante della città, è necessario ricordare che piazza Palazzo ha assunto l’attuale forma solo dopo il 1912, e che prima di questa data erano presenti altri edifici che rendevano la piazza stessa piuttosto angusta. Questo può spiegare quindi come alcuni palazzi che si affacciano su due strade differenti (per es. La Marmora e Canelles) abbiano una facciata più rappresentativa solo da un lato anziché da entrambi.

Tra le mura settecentesche di Palazzo Serra di Santa Maria (via Canelles numero 58), il proprietario, Emanuele Serra di Santa Maria, militare in carriera nell’Arma dei Carabinieri della caserma Villanova di Cagliari, venne assassinato da un domestico geloso ed infedele. Era il 1902. La figlia Chiara, destinata a lottare contro le assurde e ipocrite regole dei casati che la videro crescere lontana dalla sua terra e dal padre, divenne suora nel 1878, con il nome di Madre Odile. Anni più tardi, e solo dopo alcune sventurate evenienze familiari (tra cui la morte del fratello), Chiara ereditò tutto il patrimonio paterno.
Nel frattempo, morta Madre Angelica Clarac (religiosa delle Figlie della Carità che l’aveva allevata fin dall’età di quattro anni), la ragazza si ritrovò di punto in bianco a dover amministrare tutti gli orfanotrofi dello stivale.
Avuta quindi l’eredità paterna, decise di destinare tutti i suoi averi alla Congregazione delle Figlie della Carità di Santa Maria, riuscendo ad aprire anche un istituto sardo, che avrà come sede proprio la sua casa paterna, davanti alla cattedrale. Il palazzo ereditato, che è ancora di proprietà della Congregazione, è tuttora arredato con diversi mobili originali, tra cui lo studio dove fu commesso il delitto. Al suo interno è presente una cappella, e sono visibili gli stemmi delle famiglie Serra di Santa Maria e Carboni.

Particolari palazzo via La Marmora

Palazzo Pes Sanna Sulis (via Canelles 48-46) è la casa dove, fra il 1716 e il 1810, visse la nobildonna Francesca Sulis, sposa di don Pietro Sanna Lecca (all’epoca reggente di toga del Supremo Consiglio di Sardegna a Torino) e grande imprenditrice del gelso e della seta. Diede vita ad una importante attività nel settore dell’impresa tessile e della formazione professionale. Nelle sue proprietà trasformò i magazzini in laboratori per lavorare la seta, dotandoli di telai e attrezzi modernissimi per l’epoca, incentivando, contemporaneamente, anche la coltivazione delle piante da gelso e l’allevamento dei bachi da seta. Le sue prime scuole, indirizzate alle ragazze, salvarono tantissime donne sarde dalla povertà, emancipandole e offrendo loro la possibilità di una indipendenza economica.
Donna Francesca nel 1790 promise i suoi beni alla nipote, donna Luigia Sulis Falqui (figlia del fratello Giuseppe), in occasione del suo matrimonio con Giuseppe Pes Sequi, giudice della reale udienza, cosa che puntualmente adempì facendo testamento nel 1797, lasciando anche dei cospicui legati in suffragio della propria anima e alla Causa Pia.

Palazzo Asquer (via Canelles 32-22) sorge al posto di un altro edificio dal quale, nel 1688, partirono i colpi che uccisero il viceré Camarassa. A seguito di questo omicidio, la casa di proprietà della famiglia Brondo venne rasa al suolo. Nel nuovo edificio, tutt’oggi esistente, compare una lapide seicentesca a memoria dell’omicidio.

All’interno di Palazzo Nieddu (via Canelles 67), Nicolò Canelles vi impiantò la prima tipografia sarda, fatto ricordato dalla targa ancora presente nella facciata collocata nel 1872 dai proprietari di allora dello stabile, i fratelli Nieddu. In un’altra targa viene invece citato l’illustre archeologo sardo Giovanni Spano che qui visse e vi morì nel 1878. Nel 1853 il palazzo ospitò anche il famoso cartografo militare Alberto La Marmora.

Palazzo porticato dei Pes di Villamarina visto dal Terrapieno, anni Trenta del Novecento

Il palazzo invisibile dei Pes di Villamarina, sventrato dai bombardamenti durante la Seconda Guerra Mondiale, scavalcava con un portico la via del Fossario e aveva un loggiato ad archi verso il terrapieno. Nel 1939 venne acquistato dalla Questura di Cagliari, che lì vi rimase fino alla sua distruzione. Gli edifici vicini, che si affiancavano al palazzo, vennero consolidati con speroni in muratura e lo spazio liberato dalle macerie è stato solo di recente sistemato a luogo di sosta con aiuole e panchine.
Affacciato sull’angusta calle de la Esperanca, attuale via Duomo, ma arricchito da un fronte posteriore panoramico sul versante orientale di Castello, era la residenza di Bernardino Pes, il quale lo fece riadattare nel XVIII secolo su una preesistenza di epoca imprecisata. I lavori furono affidati al capomastro cagliaritano Giuseppe Boy, una delle figure più dotate ed intraprendenti del gremio cagliaritano degli albaniles, il quale si impegnò a realizzare cinque balconi nel fronte rivolto alla calle vulgo dicha de la Esperansa, e a far coincidere il profilo esterno dell’ultima loggia con il muro perimetrale della sala del piano nobile. Il programma degli interventi prevedeva l’apertura di alcune porte nei vari piani dell’edificio: quindi in corrispondenza della stessa sala, del salotto di rappresentanza, e del muro di comunicazione tra il vestibolo e il sottano. Nell’androne d’ingresso fu invece prevista la sistemazione della cavallerizza con le relative mangiatoie, il tutto lastricato. I sette locali del piano nobile furono ricoperti con rivestimenti ceramici e le pareti divisorie dei livelli superiori parzialmente ricostruite o modificate. Nel versante orientale del palazzo venne restaurata anche una cappella, ereditata dal precedente edificio.
Il prospetto orientale, rivolto al quartiere Villanova, era caratterizzato da tre ordini di aperture, inquadrate in una sequenza di arcate cieche. Non presentava elementi decorativi di rilievo, ma beneficiava di un’invidiabile vista panoramica, e si protendeva verso oriente, scavalcando l’antica contrada di Castello.

Nel 1842 è stato anche la sede di una società filarmonica molto frequentata dagli intellettuali cagliaritani.

Via Pietro Martini

Un racconto al confine fra cronaca e leggenda ha come sfondo proprio il Palazzo Pes di Villamarina. Secondo una vecchia storia, pare che, al calar delle notti bagnate, una giovane donna vestita di bianco e con un foulard rosso al collo vaghi in prossimità del palazzo in cerca del suo innamorato. Molti, passando nella stretta via Duomo durante le buie serate di pioggia, hanno affermato di aver avvertito strani rumori in prossimità di quel lotto, e di aver udito distintamente il fragore di tacchi che si allontanavano in tutta fretta senza però vedere nessuno, attribuendoli perciò a quella giovane donna che le cronache del passato vogliono uccisa dal padre alla fine degli anni Trenta dopo averla sorpresa insieme ad un militare, e per questo motivo condannata a cercare in eterno e invano l’amato.