Gli Stamenti

Arco trionfale di Castel Nuovo di Napoli, fatto erigere da Alfonso d’Aragona, Re di Sardegna con il nome di Alfonso II di Sardegna

Il Regno di Sardegna, istituito da papa Bonifacio VIII a margine della Guerra del Vespro, ed infeudato a Giacomo II re d’Aragona, di Valenza e conte di Barcellona, venne organizzato introducendo nell’isola il modello amministrativo degli altri regni afferenti alla Corona aragonese.

La linea seguita consisteva quindi nel controllo delle campagne attraverso la concessione di feudi, a quanti, tra gli iberici, avevano contribuito alla conquista dell’isola, e per tale ragione, gli abitanti dei villaggi erano obbligati a pagare le tasse ai baroni.
Le “città regie”, ovvero, i centri urbani reputati importanti dal punto di vista dell’economia, della popolazione e soprattutto dal ruolo strategico all’interno del regno, e che godevano di concessioni di grazie e privilegi, erano invece rette da un sindic che rappresentava il potere centrale e versava i contributi direttamente al sovrano.

Con la creazione del regno, il cambio di organizzazione sociale ed amministrativa fu radicale sul piano istituzionale, politico, sociale, linguistico e culturale, e la profonda trasformazione si registrava soprattutto nelle città, dove vi fu un travaso completo della popolazione. La cacciata dalla capitale dei Pisani aveva infatti visto l’assegnazione di tutti gli edifici ai catalani, aragonesi, valenzani e maiorchini, che avevano partecipato alla conquista e che, con il loro contributo economico e militare, avevano reso possibile la realizzazione del nuovo governo.

L’integrazione della Sardegna nella struttura istituzionale della Corona d’Aragona ebbe un ulteriore punto di forza con l’introduzione del parlamentarismo di tipo catalano che si fondava sul principio del pactismo, ovvero, sulla tendenza al patto o al compromesso con il governo ispanico, e che poneva in stretta connessione la concessione del donativo richiesto dal sovrano con l’approvazione da parte di quest’ultimo dei Capitoli proposti dagli Stamenti.

All’inizio in Sardegna la società convocata in Parlamento era di estrazione quasi esclusivamente catalano-aragonese, e all’assemblea parlamentare, almeno durante i primi incontri, i Sardi vi potevano partecipare solo in forma molto limitata.
Il Consiglio aveva comunque il compito di rappresentare il regno, dibattendo problemi ed esprimendo proposte di provvedimenti d’interesse generale. Inoltre aveva il non trascurabile compito di votare il donativo, ossia il tributo diretto che il regno doveva versare nelle casse, e le modalità di riparto fra i contribuenti.

I tre Stamenti, o Bracci, che componevano il Parlamento, erano articolati come in Catalogna: l’ecclesiastico, che comprendeva i vescovi, gli arcivescovi e gli abati dei principali monasteri del regno, oltre ai rappresentanti di tutti i Capitoli diocesani; il militare, nel quale venivano convocati per chiamata nominale tutti i feudatari; ed il reale, che raccoglieva i sindics (i rappresentanti) di tutte le città regie e ville non infeudate, ma soggette direttamente alla Corona.
Ai lavori parlamentari prendevano parte anche i più alti esponenti dell’amministrazione regia, tra i quali il reggente la reale Cancelleria, il maestro razionale, i governatori dei Capi di Cagliari e di Logudoro, i procuratori fiscali e patrimoniali.

Nel corso di quasi quattrocento anni, o meglio, dal 1355 al 1699, risultano convocati nell’isola 26 Parlamenti, sebbene non tutti giunti a formale conclusione. Vi furono inoltre alcune riunioni stamentarie nel 1446 e nel 1452, ed una nel triennio rivoluzionario del 1793-1796.

Il primo Parlamento del Regno di Sardegna venne convocato da Pietro IV d’Aragona, detto il Cerimonioso, il 15 febbraio 1355. Negli anni precedenti, né Giacomo II, né Alfonso III avevano mai pensato di introdurre tale istituto nella delicata e sempre fragile situazione del regno, la cui realizzazione era tanto contrastata dai sardo-arborensi e dalle famiglie nobili italiane residenti nell’isola già prima dell’infeudazione a Giacomo II.

La decisione di Pietro IV non fu però improvvisa, poiché approfittò solo del quadro politico che appariva momentaneamente più tranquillo, tanto da consentire una innovazione di questa portata.
Le componenti chiamate a partecipare ai lavori parlamentari di questa unica assemblea del XIV secolo presentano caratteristiche di grande interesse, anche se non tutti i convocati intervennero poi ai lavori.
Il regno catalano-aragonese di Sardegna, nel momento in cui vennero convocate le Curiae, non si estendeva a tutta l’isola, che anzi era, per la maggior parte, controllata dal regno giudicale d’Arborea.
Per il Braccio ecclesiastico vennero però chiamati gli abati e i priori dei più importanti monasteri, e gli arcivescovi ed i vescovi di tutta l’isola, non solo quindi quelli dei territori che effettivamente erano soggetti al sovrano; per il Braccio militare venne invece convocata la consistente componente catalano aragonese della feudalità, ovvero quella maggiormente favorita dalla suddivisione feudale del territorio, ma furono chiamati anche i titolari sardi delle baronie, tra i quali il giudice d’Arborea Mariano (che si rifiutò però di intervenire ai lavori), e gli esponenti della nobiltà italiana presenti nell’isola; per il Braccio reale i rappresentanti delle principali città regie: Cagliari, Sassari, Alghero e Villa di Chiesa, oltre ai portavoce di numerose ville minori non infeudate ma soggette direttamente all’amministrazione regia.

Intervenne anche una quarta componente stamentale che non si ritroverà però nelle altre successive assemblee: il Braccio dei sardi, una rappresentanza costituita da 45 personaggi che si presentarono in Parlamento con nomine proprie. La loro partecipazione non fu tuttavia né marginale e né di sola ratifica o testimonianza, poiché rappresentavano e costituivano a tutti gli effetti un quarto Stamento, che svolse un ruolo attivo e propositivo durante il lavoro assembleare.
Quest’ultima componente stamentale presentò al sovrano richieste ben articolate in 15 capitoli, che vennero tutti approvati, e dai quali emergeva una visione completa delle condizioni di vita della popolazione del Cagliaritano.

La seconda metà del XVI secolo è ritenuta l’inizio di una nuova fase, poiché incominciano a mutare i già tanto delicati equilibri che avevano governato i rapporti tra il sovrano e gli Stamenti nella prima fase parlamentare.
Il centralismo, che caratterizza la monarchia di Filippo II, si trova infatti a doversi confrontare in Sardegna con il rafforzamento dell’istituto rappresentante, favorito da una più consapevole coscienza da parte degli Stamenti del proprio ruolo. Gli Stamenti sentono l’esigenza di avere a disposizione fonti normative e strumenti giuridici certi per poter contrastare l’azione del sovrano, che tendeva a mortificare le assemblee parlamentari svilendole e riducendole a meri momenti di ratifica dei donativi.

Il Seicento segna invece per la monarchia spagnola un periodo cruciale, è un momento in cui la Corona tenta di rafforzare la propria autorità ed il proprio centralismo a scapito anche delle assemblee, tanto che il Parlamento del 1624 rappresenta uno dei passaggi emblematici del conflitto tra monarchia spagnola e regno sardo. Uno scontro reso più consapevole da una acquisita e maturata cultura giuridica, che offre un’arma in più per dare significati diversi al carattere contrattualistico del rapporto tra Corona e ceti sociali. Davanti alle pesanti richieste del sovrano e alle ripetute violazioni delle leggi fondamentali del regno da parte del viceré, i ceti privilegiati sardi reagivano opponendo una dura resistenza che sfociava da una parte nella richiesta di invalidare gli atti e dall’altra in arresti e minacce.

Il Parlamento sardo del 1631-1632 è invece lo strumento attraverso il quale il viceré riesce a far accettare il progetto dell’Unión de Armas, mobilitando insieme i ceti privilegiati e quelli popolari. Gli Stamenti sardi vedono in tale progetto la possibilità di spezzare il proprio isolamento e di migliorare anche a fini economici e sociali la propria integrazione nella Corona. Intravedono possibilità di crescita e di opportunità di carriera sia sul piano individuale che cetuale, e si mostrano disponibili alla sospensione temporanea di alcuni privilegi anche per l’attenta strategia e «clima di fratellanza» attuati dal viceré e dal vescovo.
L’atteggiamento dei tre Bracci non è comunque accondiscendenza nei confronti della Corona, ma è solo l’inizio di una lucida strategia. Tuttavia, le divisioni all’interno dei singoli Stamenti non consentiranno mai di organizzare un fronte compatto, né di assumere una posizione decisa nei confronti della Corona, e quindi di sfruttare a proprio vantaggio il progetto dell’Unión de Armas.

Le profonde tensioni che si erano andate accumulando esplosero nel Parlamento del 1666, convocato dal viceré Emanuele de Llos Cobos, marchese di Camarassa, che inaugura nell’isola il regno di Carlo II.

È una monarchia connotata dalle spinte autonomistiche che travagliano la Spagna, e che vanno ad aggiungersi all’incapacità del sovrano di contrastare una deriva che costringe l’impero sulla difensiva sul piano internazionale, collocandolo ai margini della politica europea.

Nel Parlamento Camarassa viene riproposta la richiesta, inizialmente appoggiata da tutti e tre gli Stamenti, di condizionare il donativo alla concessione di precisi Capitoli di corte. Richiesta fortemente osteggiata dal viceré. La violenta crisi, che contrappone il Parlamento al marchese de Llos Cobos, porterà allo scioglimento del Parlamento stesso senza che venga votato il donativo, né approvati i Capitoli di corte.

Gli schieramenti iniziano così ad addensarsi attorno ad alcuni gruppi familiari, delineando il partito «revisionista», che propugna una revisione del sistema di rapporti tra voto del donativo e concessione dei Capitoli di corte, e il partito «legalista», ligio invece ai voleri del viceré e della Corona. La violenta crisi nel 1668 esce dalle aule parlamentari per diventare aperta sommossa con l’assassinio del marchese di Laconi, esponente di spicco del partito «revisionista», e del viceré Camarassa.

La gravissima crisi, interpretata da Madrid come una ribellione alla Corona, venne in parte superata, qualche anno dopo, con la nomina del nuovo viceré duca di S. Germano, che riuscì a concordare in modo irrituale e con le sole prime voci degli Stamenti il donativo da votare, introducendo così una prassi che sarebbe stata ripresa poi inseguito anche dai Savoia. Il ripiegamento della maggioranza parlamentare e l’atteggiamento del viceré di San Germano, pur fortemente segnato dalla dura repressione, consentirono di superare la crisi senza la definitiva emarginazione dell’istituto parlamentare.

Il cambio dinastico, a seguito della Guerra di Successione spagnola con il passaggio dell’isola prima agli Austriaci e poi ai Savoia, segnò il definitivo decadimento del Parlamento sardo. I viceré sabaudi si limitano infatti, in un primo momento, a convocare solo le tre prime voci degli Stamenti, tenendo in piedi l’istituto solo per la definizione dell’aspetto economico e contributivo a favore della Corte, imponendo invece il silenzio e privando i Sardi di un fondamentale strumento di dialogo con il sovrano.

L’istituto parlamentare rimase in vigore fino al 29 novembre 1847 quando, con la “fusione perfetta con gli stati di terraferma”, la Sardegna adottò le leggi e gli ordinamenti piemontesi rinunciando all’assetto istituzionale e normativo vigente fin dal XIV secolo.